lavandadeipiediPrima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. 2 Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, 3 Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, 4 si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. 5 Poi versò dell`acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l`asciugatoio di cui si era cinto. 6 Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: "Signore, tu lavi i piedi a me?". 7 Rispose Gesù: "Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo". 8 Gli disse Simon Pietro: "Non mi laverai mai i piedi!". Gli rispose Gesù: "Se non ti laverò, non avrai parte con me". 9 Gli disse Simon Pietro: "Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!". 10 Soggiunse Gesù: "Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti". 11 Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: "Non tutti siete mondi". 12 Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: "Sapete ciò che vi ho fatto? 13 Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. 14 Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. 15 Vi ho dato infatti l`esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. 16 In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. 17 Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica. 18 Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma si deve adempiere la Scrittura: Colui che mangia il pane con me, ha levato contro di me il suo calcagno. 19 Ve lo dico fin d`ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono. 20 In verità, in verità vi dico: Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato".
A prima vista sembrerebbe che non ci siano difficoltà nell'interpretare un brano tanto noto e il cui insegnamento sembra del tutto evidente: si tratta di una esortazione all'umiltà fatta prima ancora che con le parole con i fatti, con un gesto dal forte impatto emotivo.
In effetti molti commentatori si accontentano di vedere nella lavanda dei piedi un simbolo di umiltà non scorgendovi altro significato. Nell'antichità questa fu la posizione di Giovanni Crisostomo e di Teodoro di Mapsuestia. In tempi più vicini a noi, esegeti di fama come Lagrange e Van den Busche si collocano sulla stessa linea.Eppure c'è più di un elemento che cospira a favore di una interpretazione più ampia ed articolata. Ad esempio i versetti 6-10 (il dialogo con Pietro) indicano che quello che Gesù ha fatto con la lavanda dei piedi è essenziale affinchè i discepoli possano "aver parte" con lui. Il gesto quindi dovrebbe aver pure una valenza purificatrice (v. 10). D'altra parte l'abbassarsi di colui che viene chiamato "Maestro e Signore" sembrerebbe ottenere come risultato l'innalzamento di coloro ai piedi dei quali si china. Il gesto potrebbe quindi alludere ad una nuova dignità conferita ai "suoi", all'umanità. I verbi "deporre" e "riprendere" troppo palesemente alludono non solo alle vesti, ma anche alla vita stessa di Gesù: "Per questo il Padre mi ama, perché io depongo la mia vita per poi riprenderla di nuovo" (Gv 10,17). In soli 12 versetti la parola "piedi" è ripetuta per ben otto volte. Troppe! Per non avere un significato particolare. Queste e altre considerazioni inducono a cercare nella lavanda dei piedi un simbolismo più ampio ed articolato, più ricco e variegato. Ciò non apparirà affatto strano se solo si fa attenzione allo stile tipico di Giovanni che molto di frequente ricorre a simboli elaborati a più livelli e quindi disponibili ad una pluralità di lettura. E' il caso dell'acqua nell'episodio della samari-tana, della luce nell'episodio del cieco nato, del nascere dall'alto nel dialogo con Nicodemo ecc. Giovanni abitua il suo lettore a pensare che la parola del Maestro contenga sempre "qualcosa in più"; il suo, molte volte, è un procedere allusivo di una sorprendente ricchezza. Il gesto poi, nel mentre che annuncia, pure nasconde, vela e rivela allo stesso tempo. Da attenti lettori siamo chiamati, attraverso ciò che è rivelato a svelare ciò che è velato.
A questo punto è del tutto evidente che non possiamo cavarcela in poche battute, almeno se dal brano che abbiamo tra le mani desideriamo spremere un succo più abbondante, se come l'ape operosa abbiamo tempo, energia, e pazienza per produrre il nostro miele millefiori. Con pazienza e con tenacia cerchiamo di procedere con ordine. Si è ormai in prossimità della pasqua ebraica. Secondo l'evangelista si tratta della terza pasqua da quando Gesù ha dato inizio al suo ministero pubblico. Giovanni infatti ne ricorda altre due: la prima è messa in relazione con il segno del tempio (Gv 2,13.23); la seconda è messa in relazione col segno del pane dato in cibo alla moltitudine (Gv. 6,4) . L'ultima pasqua, questa, è messa in relazione col segno della lavanda dei piedi, segno profetico ed anticipatore di quella che diverrà la "sua pasqua", la pasqua di Gesù. Ormai è giunta ciò che Gesù chiama la sua "ora", quella di passare da questo mondo al Padre.
La "sua ora" però è anche il momento opportuno per mostrare fino a quale culmine di follia spingerà il suo amore per i "suoi", "avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine". L'espressione "sino alla fine" ha valore sia temporale sia intensivo, ha in sé dunque sia il significato di un amore che ama fino all'ultimo momento: anche l'ultimo respiro di Gesù è nell'alveo e nell'ottica dell'amore. L'espressione ha però anche il significato di "fino all'estremo" nel senso di un amore estremo, radicale, totale, senza parsimonia, che nulla trattiene per sé, che non si risparmia. Questa espressione che in greco suona "eis telos", riecheggia in Gv 19,30 quando Gesù poco prima di spirare dice: "tetèle-stai", "tutto è compiuto" cioè tutto è giunto alla fine, tutto è stato fatto senza risparmio. Tale l'ultima parola di Gesù sulla croce!
L'espressione "eis telos" però ci fa pensare anche a Dt 31,24 dove leggiamo che "Quando Mosè finì di scrivere gli articoli di questa Legge fino alla fine (eis telos)..." Il richiamo scritturistico potrebbe servire, sotto la penna dell'evangelista, per dire che l'amore fino alla fine dimostrato da Gesù sarà la nuova Legge del nuovo Israele, quella che sostituisce la Legge mosaica. In Cristo si inaugurerà la nuova ed eterna alleanza, la cui caratteristica sarà l'amore che non cessa, non si smentisce, né si misura! Il gesto che da lì a poco Gesù compirà, prostrato ai piedi dei discepoli, racconta, anticipandolo profeticamente, l'estremo sacrificio della croce cui l'amore di Gesù saprà giungere in favore dei suoi amici.
Ed ecco il gesto: "si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un panno se ne cinse. Versò quindi dell'acqua nel catino e incominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con il panno del quale si era cinto". (4-5).
Quale solennità in questa descrizione. Con ben otto verbi Giovanni dipinge una scena che deve restare impressa per sempre nella mente dei discepoli. Ogni movimento è importante, ogni gesto è come se fosse presentato alla moviola, ogni dettaglio è come se fosse contemplato in modo estatico: è l'ultima azione di Gesù verso i suoi, sarà la norma di vita per la nascente comunità. E' un altro "pane" quello di cui l'evangelista (che non narra l'istituzione dell'eucaristia) ci parla, un altro "pane" anch'esso offerto, anch'esso in qualche modo da ricevere, da far proprio, da metabolizzare, per poter "aver parte" con Lui.La prima parte dell'azione, che sembra avere la movenza solenne di una azione rituale riguarda uno spogliamento. "si alzò da mensa, depose le vesti...". Come già accennato all'inizio il verbo "deporre" acquista qui un significato pregnante perché allude alla consegna libera e volontaria che Gesù fa della sua vita come espresso chiaramente nella metafora del buon pastore: "il buon pastore depone la sua vita per le pecore. . .per questo il Padre mi ama, perché depongo la mia vita per riprenderla di nuovo" (Gv. 10,11.17). "Le vesti", con questa strana indicazione al plurale sono ricordate nei vangeli altre due volte gli indumenti di Gesù: nel brano della trasfigurazione (Me 9,3; Mt 17,2) e dopo il racconto della crocifissione (Gv 19,23). Al Tabor le vesti (ta imàtia) divennero splendenti, al Calvario le vesti (ta imàtia) saranno spartite tra i quattro soldati.
Questo duplice rimando sembra alquanto significativo: da una parte indica che lo spogliamento giungerà alla totale nudità della croce e che quello spogliamento cui Gesù è costretto con forza e con violenza al Calvario, in realtà è un gesto libero e volontario. E' come se lo spogliarsi di Gesù, nell'aula della cena di fronte ai propri discepoli, volesse gettare una sorta di tacito acconsentimento allo spogliamente violentemente imposto dai soldati. Il deporre le vesti sembra dunque anch'esso da cogliere nell'ordine dei segni: segno della consapevolezza e della libertà di Gesù, che acconsente alla sua morte offrendo totalmente la sua vita come dono d'amore in favore dei suoi. Nel gesto senza parole di deporre le vesti sta forse la medesima consapevolezza di cui fanno menzione i sinottici quando ci narrano della consegna del pane spezzato: "questo è il mio corpo che è dato per voi" (Le 22,19).
Anche il rimando alle vesti splendenti della trasfigurazione sembra significativo in quanto getta luce sul gesto di Gesù. Lo spogliarsi di Gesù non deve turbare i discepoli: la veste deposta sarà ripresa, abbassarsi e rialzarsi è una trasfigurazione, mutare d'abito lasciando le vesti e assumendo il grembiule è una trasfigurazione. Il mutare dell'abito dice ciò che Gesù è: le vesti splendenti del Tabor parlano del suo essere Figlio prediletto; le vesti deposte e sostituite col grembiule parlano del suo essere Maestro e Signore in quanto servo di tutti. Sembra dunque che il richiamo alle vesti se da una parte anticipa la spogliazione definitiva e totale dall'altra è un invito a cogliere nell'ombra dell'abbandono e della morte la luce del Tabor. Proprio perché Figlio Gesù si fa servo, e pur facen-dosi servo resta Figlio, lo scandalo di Gesù nudo sul Calvario è da leggere alla luce del Gesù rivestito di gloria al Tabor.
"...e cominciò a lavare i piedi dei suoi discepoli".
Lavare i piedi era nel mondo biblico un gesto di accoglienza e di ospitalità. Mi piace vedere in questo gesto compiuto da Gesù la tacita ma reale accoglienza che Dio riserva a ciascun uomo. Dio mi accoglie, così come sono, mi accetta con il peso della mia storia, coi piedi sporchi, qualunque sia il mio nome. Anche verso Giuda, il traditore, Gesù compie questo gesto di accoglienza, forse l'ennesima offerta di salvezza, certo un'altra dimostrazione di amore: ti amo comunque, ti amo a prescindere, ti amo gratuitamente. Se Giuda l'avesse capito! Se lo capissi anch'io!
Lavare i piedi era un gesto a volte dettato dall'amore sponsale, o dalla venerazione dei discepoli verso il proprio maestro: gesto di deferenza e di devozione. Quanto grande fosse l'amore di Gesù verso i suoi, quale delicato rispetto e deferenza nutrisse nei loro riguardi, il gesto ce lo fa solo intuire. Gesù sa che mettersi al di sopra dell'uomo è mettersi al di sopra di Dio che serve l'uomo e lo chiama fino a sé, Egli sa che l'uomo è l'immagine di Dio e che solo trattando con ogni rispetto e profonda devozione l'uomo è possibile venerare Dio.
Lavare i piedi era un servizio riservato agli schiavi non ebrei (non era possibile che un ebreo lo richiedesse ad uno schiavo ebreo). Con tale gesto già si allude alla morte che Gesù dovrà affrontare: la croce riservata agli schiavi. L'umiliazione della lavanda rimanda all'umiliazione della croce. Il gesto dello schiavo, scelto e compiuto da Gesù, non solo ci dice il percorso di kenosi, di spogliamente, di abbassamento, di annientamento che Gesù compirà, ma dice altresì che al suo abbassamento corrisponde l'innalzamento di chi gli sta di fronte. La lavanda non esprime solo l'intenzionalità profonda del cuore di Gesù pronto a farsi ultimo e servo di tutti, ma allude altresì all'esito, all'effetto che il suo amore sortirà: la ritrovata dignità dell'uomo, il suo innalzamento. L'amore crocifisso di Gesù raggiunge l'uomo e lo riempie di una dignità impensata e impensabile. Col suo gesto Gesù esprime il valore prezioso di quegli uomini, di ogni uomo. E' proprio per questa preziosità dimenticata, ma non agli occhi di Dio, che Egli dona la sua vita.
La pratica del servizio vicendevole che Gesù lascerà ai suoi come testamento prima ancora che gesto di umiltà e di servizio, dovrà essere il reciproco riconoscimento della dignità del fratello da considerare "signore". Il gesto di Gesù toglie giustificazione ad ogni presunta superiorità di qualcuno su qualcun altro, i "suoi" saranno tutti fratelli, ugualmente liberi. Che faremo dunque noi suoi discepoli, in memoria di Lui? Ci abbasseremo per servire, serviremo per onorare, onoreremo amando, ameremo senza nulla trattenere, e saremo pieni di gioia ogni qualvolta un uomo "qualunque" potrà diventare, per la grazia dell'amore, "qualcuno".
Cristo Gesù, Signore e Maestro sceglie per sé il ruolo di servo. Per due volte l'evangelista menziona il panno di cui Gesù si è cinto (e la seconda volta la menzione non è letterariamente necessaria). Con tale insistenza vuol mostrare che l'atteggiamento di Gesù è una scelta definitiva. Il fatto poi che, dopo aver finito di lavare i piedi ai discepoli venga detto che Gesù riprende le vesti senza dire che si toglie il grembiule (v. 12), sembra voler affermare che il servizio di Gesù non è transitorio, ma perenne. Gesù è e resterà per sempre non solo servo di Jahvè, ma pure servo dell'uomo.
Mettendosi ai piedi dei suoi discepoli, Gesù, Dio fra gli uomini, distrugge l'idea di Dio tipica delle religioni. Dio non agisce come un sovrano celeste, ma come un servitore dell'uomo.
In soli 12 versetti la parola "piedi" è ripetuta per ben otto volte. Troppe, se il particolare non fosse di peculiare rilievo. Altre due volte l'evangelista Giovanni parla di "piedi" e sempre in un contesto di morte-sepoltura. La prima volta è Maria di Betania che si getta ai piedi di Gesù per implorare il suo intervento in favore del fratello Lazzaro morto da tre giorni ( Gv 11,32); la seconda volta è sempre Maria che unge i piedi del maestro, anticipando così l'unzione della sua sepoltura. Per Maria, i piedi di Gesù erano il luogo dove invocare la vita per il fratello e dove raccontare la sorte del Maestro. Nel nostro racconto i piedi dei discepoli, lavati ed asciugati, sono segno della vita, della salvezza da lì a poco donata.
I piedi "pregati" chiedono la vita di Lazzaro; i piedi "unti" richiamano la sepoltura di Gesù; i piedi "lavati" esprimono la partecipazione alla sua sorte, l'aver parte con Lui. "Piedi", dunque sta per "persona" da risuscitare, da seppellire, da salvare: lavare i piedi significa salvare la vita. Solo perché salvati dalla pasqua di Cristo possiamo aver parte con Lui ed essere in comunione col Padre.
Su quei piedi Gesù verserà dell'acqua. E' ben noto che nel quarto vangelo l'acqua richiama il dono dello Spirito (Gv 7,38). Se i piedi sono il segno della persona e l'acqua il simbolo dello Spirito è evidente che si alluda qui all'effusione dello Spirito. E' necessario che lo Spirito sia effuso perché la vita sia salvata.
"anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri... "
Nel brano che stiamo meditando non troviamo una esplicita esortazione verbale di Gesù sull'amore fraterno, sul servizio reciproco, ne abbiamo però l'icona. Si tratta dell'icona di un amore concreto, radicale, di un amore umile e totale. E' l'icona che narra il fondamento su cui Gesù desidera costruire la sua comunità: l'uguaglianza, la libertà, l'amore vicendevole: "amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi".
E' l'icona che svela il vero volto di Dio: Egli non è un sovrano che fonda il paradigma delle grandezze umane, è un servo che si pone a servizio dell'uomo. La più perfetta immagine di Dio è colui che serve.
Un Dio di siffatta natura non ha bisogno del nostro culto, né lo richiede, il più grande culto a Lui è il servizio dei fratelli. Come non far riemergere dalla memoria a conclusione della nostra meditazione la bella espressione di Mons. Tonino Bello, il quale nella lavanda dei piedi vedeva l'icona della "chiesa del grembiule", e aggiungeva " solo se avremo servito, potremo parlare ed essere creduti", ".. .l'unica porta che ci introduce nella casa della credibilità perduta è la porta del servizio". Ed auspicava per i credenti (a maggior ragione i presbiteri […e soprattutto dei diaconi …(aggiunta del redattore)] che fossero "servi a tempo pieno, servi insonni...come Gesù che non venne per essere servito, ma per servire.
Proprio Lui, l'umile servo di Jahvè, ci ritagli dal suo, un pezzo di grembiule.

Meditazione di P. Mariano Pappalardo , parroco di Santa Barbara in Agro in Rieti, tratto da: Atti del corso formazione OFS per formatori, La visita fraterna e pastorale: importante momento formativo, ed. Associazione Attività Ordine Francescano Secolare d’Italia-ONLUS 2007.