vangelo med SI MISE AD INSEGNARE LUNGO IL MARE.
In due versetti, per ben tre volte, ritorna il verbo "insegnare", didaskein. Gesù è nella sua funzione di maestro, e le parabole hanno una gran parte nel suo insegnamento. L'insegnamento di Gesù conosce vari linguaggi ma uno dei suoi preferiti è quello in parabole.
Che cosa sono le parabole? Sono dei paragoni, sviluppati ed elaborati in forma di narrazione. Sono, quindi, un racconto simbolico, un racconto per immagini; immagini concrete che evocano qualcos'altro, di misterioso, di diverso: sono le "parabole del regno" perché il tema unificante di tutta la predicazione e di tutta l'azione di Gesù è proprio il regno di Dio. "Il tempo è compiuto, il Regno di Dio si è fatto vicino. Convertitevi e credete al Vangelo": questa è la sintesi di tutta la predicazione, e anche di tutta l'azione, di Gesù

Vangelo di Marco 4, 1-9E le sue parabole si riferiscono al regno di Dio: sono piccole storie tratte dalla vita di tutti i giorni, dalla vita ordinaria, quasi ad indicare che il regno di Dio è già presente, già si nasconde nelle cose comuni. Non dobbiamo immaginarci chissà che cosa, chissà quale spettacolarità: il regno di Dio si nasconde nella vita più ordinaria, più comune.
Però queste piccole storie tratte dallavita ordinaria hanno qualche elemento insolito, straordinario, perfino inverosimile, per sottolineare che il regno di Dio è, sì, nella vita ordinaria, ma è una grande novità, una grande sorpresa e la gente deve imparare a discernere la realtà per poter scorgere la presenza di questa novità. Le parabole hanno quindi anche lo scopo di far pensare, di far concentrare, non danno una risposta chiara, invitano piuttosto a riflettere e, soprattutto, a decidersi per il regno di Dio che si fa presente attraverso Gesù. Allora Gemi si mise ad insegnare e si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli salì su una barca e là restò seduto, stando in mare, mentre la folla era a terra, lungo la riva.
E' uno scenario grandioso, questo. Immaginiamocelo con la nostra fantasia una specie d'insenatura strapiena di gente, una bella barca, Gesù seduto a prua, nella parte più alta, seduto come un maestro, come si sedevano i rabbini. Ma egli non è un rabbino che insegna nella Sinagoga o in una piccola cerchia di discepoli nella sua casa; è il maestro di tutto il popolo di Dio e insegna all'aperto, sotto il cielo, non in un'aula (neppure un'aula come questa, sebbene qui adesso sia proprioGesù che sta insegnando attraverso di me, voi siete intorno a lui come siete intorno a me). Nel racconto evangelico lo spettacolo, lo scenario, è davvero straordinario, meraviglioso. Gesù si presenta come grande maestro, dall'alto di una barca, e, intorno, sulla riva, per tutto il golfo del mare, si accalca una grande folla proveniente da ogni parte.

INSEGNAVA LORO MOLTE COSE IN PARABOLE.Ho detto che Gesù preferiva le parabole perché, in quanto racconto simbolico, si prestano per fare riferimento alla realtà del regno di Dio che è invisibile ma si rende visibile nell'ordinario, a cominciare dalla vita stessa di Gesù. Gesù è la visibilità dell'invisibile, è il regno di Dio, l'amore potente di Dio che si fa presente, che si la visibile, è Lui la prima grande parabola. Gesù insegna in parabole, preferisce questo genere letterario perché, con le immagini evocative, corrisponde profondamente alla natura del regno di Dio che è invisibile ma, in qualche modo, si rende visibile attraverso la realtà storica.

DICEVA NEL SUO INSEGNAMENTO: "ASCOLTATE".

Ecco l'invito. Non solo a fare attenzione, a prestare orecchio, a capire, ma ad accogliere: c'è una realtà misteriosa che va compresa profondamente, nella quale bisogna penetrare profondamente e che bisogna accogliere, per la quale bisogna decidersi; ascoltare vuoi dire anche obbedire.
Oggi è molto importante recuperare la capacità di ascolto. Siamo molto superficiali, distratti, presi da tante cose, tanti rumori, tante immagini. C'è una mentalità dell'autosufficienza, dell'autonomia, del soggettivismo, per cui è difficile mettersi in atteggiamento di domanda, di ricerca, di riflessione, di ricerca appassionata e quindi anche di prontezza ad accogliere la verità, ad obbedire alla verità. Questo atteggiamento che Gesù chiede è, oggi, molto difficile a causa del contesto culturale in cui ci troviamo.
Gesù, quasi gridando, dice: "Ascoltate", e comincia la parabola. "ECCO, USCÌ IL SEMINATORE A SEMINARE". Questo è il fatto usuale, corrispondente alla realtà ordinaria. Nella Palestina si seminava soprattutto il grano, nel mese di novembre, dopo le prime piogge. La gente era abituata a questo. Ora questa semina, questa realtà ordinaria, 'qui significa la realtà del regno di Dio. Poco dopo, Gesù dice: "A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio". Attraverso questa esperienza comune, della semina, Gesù vuole invitare a fare attenzione alla realtà del regno di Dio. Nel tardo giudaismo, era piuttosto comune paragonare l'era messianica al raccolto, alla messe. Quindi non era un'immagine del tutto insolita e del tutto estranea anche alla mentalità religiosa, anche alla speranza messianica dei giudei.

"MENTRE SEMINAVA, UNA PARTE CADDE LUNGO LA STRADA E VENNERO GLI UCCELLI E LA DIVORARONO".

Sembra strano che il seminatore semini lungo la strada, ma, in realtà, bisogna tenere presente quella che era la situazione dei campi nella Palestina di allora, e il modo come si seminava. Al termine dell'estate tutto era riarso, secco e non si distingueva bene dove era il terreno più profondo e dove era il terreno con le erbacce che ormai si erano seccate, dove era poco terreno con i sassi, la pietra subito sotto, dove era il sentiero battuto: tutto era arido e quindi tutto era un po' confuso. Non si faceva, come adesso, l'aratura prima di seminare, ma prima si seminava, poi si arava.
Quindi non è strano che il seminatore getti il seme anche sulla strada. Però qui è bello vederci anche la straordinaria generosità del seminatore che sparge il seme in abbondanza, a grandi bracciate, dappertutto, senza fare economia, senza calcolo. Come vedremo, anche il senso finale della parabola ci invita proprio a vederlo così: il seminatore è generoso e invita anche i suoi discepoli, i suoi collaboratori a seminare con fiducia, senza badare ad eventuali fallimenti. C'è questo atteggiamento di generosità, di magnanimità del seminatore che semina senza risparmio, senza fare troppa attenzione alla qualità del terreno, che pure in qualche modo, con un po' di pazienza si potrebbe distinguere.

"UNA PARTE CADDE LUNGO LA STRADA E VENNERO GLI UCCELLI E LA, DIVORARONO, UN'ALTRA CADDE FRA I SASSI, DOVE NON C'ERA MOLTA TERRA, E SUBITO SPUNTÒ PERCHÉ NON C'ERA UN TERRENO PROFONDO, MA, QUANDO SI LEVÒ IL SOLE, RESTÒ BRUCIATA E, NON AVENDO RADICI, SI SECCÒ; UN'ALTRA CADDE TRA LE SPINE, LE SPINE CREBBERO, LA SOFFOCARONO E NON DIEDE FRUTTO".

Come vedete, l'accento della parabola non è posto sul seminatore che, lo sappiamo, è Gesù, né è posto sul seme che è buono, perché è la parola di Dio. L'attenzione è posta sui diversi esiti della semina. E spesso sono esiti fallimentari. La semina fallisce tre volte: lungo la strada, fra i sassi, fra le spine. Quindi il seme è buono ma non è detto che porti sempre frutto, almeno in maniera visibile.

"UN'ALTRA CADDE SULLA TERRA BUONA, DIEDE FRUTTO CHE VENNE SU E CREBBE E RESE ORA IL TRENTA, ORA IL SESSANTA, ORA IL CENTO PER UNO".

Spesso l'esito della semina è fallimentare, ma spesso è anche straordinariamente, prodigiosamente fruttuoso e fecondo. Qui la produzione è addirittura inverosimile.
Gli esperti dicono che, nella Palestina di allora, poteva esserci al massimo il dieci per uno di prodotto; qui, invece, da il trenta per uno o il sessanta per uno o il cento per uno.
Ecco la novità, la sorpresa, la cosa insolita. Qui si tratta di una semina speciale, si tratta del regno di Dio che ha una forza, una preziosità particolari: il frutto del regno di Dio è sempre incalcolabile, è sempre di un'importanza e di una bellezza incomparabili. Questo, in fondo, vuoi dire: "Chi ha orecchie per intendere, intenda". Si tratta di una realtà misteriosa e meravigliosa, questa del regno di Dio; e Gesù invita pressantemente a cercare di capire e soprattutto accogliere questa realtà misteriosa e meravigliosa.
* § *
Quando Gesù raccontò la parabola, probabilmente si fermò qui. Raccontò semplicemente la parabola e non fece nessuna spiegazione. Nel Vangelo, però, subito dopo, troviamo la spiegazione della parabola. Forse l'ha aggiunta Gesù stesso in un altro momento o, più probabilmente, sono stati i discepoli e gli apostoli che hanno ritenuto di prolungare il senso della parabola, di attualizzarlo e di spiegarlo.
Ma il senso originario della parabola di Gesù è proprio un invito a considerare attentamente il fatto che il seme spesso fallisce ma, nello stesso tempo, porta anche frutto straordinario; e bisogna imparare a saper vedere, nonostante gli apparenti fallimenti, che il seme porta anche molto frutto. In prima battuta, la parabola indica il ministero messianico di Gesù stesso, è un invito a non scandalizzarsi di Lui, come tante altre parabole del regno.
Le parabole di Gesù si riferiscono a quello che stava accadendo in quel momento, alla situazione che la gente stava vivendo. A chi Gesù si rivolgeva con questa parabola? Si rivolgeva alla gente, tutta quella grande folla, ma in particolare ai suoi discepoli che stentavano a credere che Lui fosse il Messia. Perché faceva alcune cose che loro si aspettavano dal Messia e certamente diversi tratti del Messia li ritrovavano in Gesù, ma non era proprio come loro se lo immaginavano, e allora facevano tremendamente fatica a riconoscere in Lui il Messia.
La parola di Gesù, la parola del regno di Dio, spesso da molti non veniva compresa, non veniva presa sul serio, non aveva quindi un esito favorevole. Però, in alcuni suscitava profonde conversioni (immaginate Zaccheo, tanto per dirne uno), produceva guarigioni, miracoli. E' vero che non faceva quei miracoli spettacolari, cosmici che molti si immaginavano dal Messia, che non sgominava i Romani, che non imponeva la legge di Mosè su tutta la terra, che non metteva tutte le cose a posto. Però c'erano dei fatti di salvezza evidenti. Gesù vuoi dire questo, in sostanza: sembra inefficace questo mio ministero messianico, ci sono molti aspetti fallimentari, almeno secondo il vostro modo di pensare, però imparate anche a vedere che ci sono degli aspetti di una bellezza, di una novità, di un'autenticità, di una grandezza sorprendenti. La parabola quindi è un invito a credere in Lui, nonostante le difficoltà che si possano avere.
Poco dopo, nella tempesta, egli rimprovera i discepoli: "Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede? Avete visto tanti segni, state con me da tanto tempo, avete ascoltato i miei insegnamenti. Possibile che ancora non abbiate fede in me? Perché avete tanta paura nella tempesta?".
Ancora nel secondo secolo dopo più di cento anni, gli Ebrei muovevano ai cristiani un'obiezione insidiosa, contro la fede in Gesù Messia, un'obiezione che è forse la più insidiosa di sempre e che è la stessa che già emergeva durante la vita pubblica di Gesù. Come riferisce San Giustino martire nel Dialogo con Trifone, dicevano gli Ebrei nel secondo secolo: "Ma come è possibile che il Messia sia già venuto se non è cambiato niente, se la pace non è venuta, se Israele è ancora schiavo dei Romani, se il mondo o ancora come prima? Quando viene il Messia cambia tutto, quindi Gesù di Nazareth non può essere il Messia". Questa era l'obiezione che, ancora nel secondo secolo, facevano gli Ebrei ai Cristiani.
E', in fondo, la difficoltà che gli Ebrei, fin dall'inizio, trovavano a credere in Gesù. E come rispondevano i cristiani a questa obiezione? Rispondevano: "E' vero, sì, molte cose sono come prima, non sono cambiate, ma, se proprio volete guardare bene la realtà, potete anche osservare delle novità meravigliose, straordinarie, come, per esempio, la fraternità fra i cristiani, la comunione dei beni, la fede, il coraggio nelle persecuzioni, la gioia nelle tribolazioni. Potete vedere cose meravigliose. Il regno di Dio, certo, non è venuto ancora nella sua completezza definitiva, è venuto come in un germe, in un seme, ma è venuto sul serio e sta crescendo, si sta sviluppando in mezzo alle comunità cristiane".
Ecco, questa era la risposta che davano gli antichi cristiani: è la stessa che dovremmo dare noi ai non credenti, a chi è indifferente: sì, il mondo è pieno di mali, di guerre, di ingiustizie, di egoismi, di disperazione, di solitudine, però non è tutto così. Guardate questa comunità monastica qui presente, tutta luminosa qui davanti a me! Guardate a tante altre realtà dei nostri giorni! Quando ero giovane prete andavo in giro dove sentivo che c'erano delle cose nuove e ho scoperto tante meraviglie: movimenti ecclesiali, comunità monastiche e altre realtà fervorose, perché avevo anch'io questo desiderio, questa passione, di andare a vedere dove il Signore quasi lo si potesse vedere in trasparenza, lo si potesse toccare con mano.
Questo è il primo senso della parabola, il primo appello che Gesù fa con la parabola: sì, il seme spesso non da risultato, la semina spesso è fallimentare, ma ci sono anche risultati meravigliosi, come i Santi nella storia della Chiesa, e rendono credibile il cristianesimo.
Questa tentazione di non avere una fede convinta, appassionata in Gesù Salvatore, in Gesù Messia, indubbiamente indebolisce la nostra vita cristiana, paralizza il nostro slancio missionario, e la Novo millennio ineunte cerca proprio di scuoterei perché recuperiamo tutto l'entusiasmo dei primi cristiani che, nonostante tutte le difficoltà, hanno saputo mostrare la presenza del regno di Dio già operante nella storia.
Vi leggo alcuni brani della Novo millennio ineunte per attualizzare oggi questo appello, questo invito alla fiducia, al coraggio nel credere e nel testimoniare e nell'annunciare, nel proporre Cristo a tutti.
"Ecco, io sono con voi fino alla fine del mondo" (Mt 28,20).Questa certezza, carissimi fratelli e sorelle, ha accompagnato la Chiesa per due millenni, ed è stata ora ravvivata nei nostri cuori dalla celebrazione del Giubileo. Da essa dobbiamo attingere un rinnovato slancio nella vita cristiana, facendone anzi la forza ispiratrice del nostro cammino. E' nella consapevolezza di questa presenza tra noi del Risorto che ci poniamo oggi la domanda rivolta a Pietro a Gerusalemme, subito dopo il suo discorso di Pentecoste: "Che cosa dobbiamo fare?" (At 2,37). Ci interroghiamo con fiducioso ottimismo, pur senza sottovalutare i problemi. Non ci seduce certo la prospettiva ingenua che, di fronte alle grandi sfide del nostro tempo, possa esserci una formula magica. No, non una formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi!" (NMI, 29).
"Andiamo avanti con speranza! Un nuovo millennio si apre davanti alla Chiesa come oceano vasto in cui avventurarsi, contando sull'aiuto di Cristo. Il Figlio di Dio, che si è incarnato duemila anni or sono per amore dell'uomo, compie anche oggi la sua opera: dobbiamo avere occhi penetranti per vederla, e soprattutto un cuore grande per diventarne noi stessi strumenti" (NMI, 58).
Il Signore è presente anche oggi, compie anche oggi la sua opera, e noi dobbiamo recuperare la gioia dell'essere cristiano, il coraggio del testimoniare e dell'annunciare. Noi stessi dobbiamo diventare seminatori, seminare con larghezza, come Cristo seminatore, come ci esorta anche l'Apostolo Paolo in un altro contesto: "Chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà. ....Dio ama chi dona con gioia" (2 Cor 9,6-7).
Dobbiamo essere liberi, senza paure, senza preoccuparci di nulla, confidando proprio nella bontà di questo seme.
Gesù ha detto: "II cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno". E già duemila anni stanno a testimoniare che le parole di Gesù non passano. Bisogna dunque avere fiducia in questo seme e diventare noi stessi seminatori generosi e coraggiosi.
* § *
Questa è la parabola così come si presentava nella prima redazione, quando Gesù l'ha raccontata. Poi poco dopo, il Vangelo aggiunge la spiegazione della parabola da attribuire, forse, anche a Gesù stesso ma, più probabilmente agli Apostoli, dopo la Pasqua, per applicarla concretamente alla vita dei cristiani.
Questa spiegazione, aggiunta più tardi, ha un andamento allegorico, cioè c'è corrispondenza punto per punto tra le immagini e i significati. E l'attenzione si sposta dall'esito della semina, come era nella parabola, alla qualità dei terreni che ricevono il seme. Quindi non è più un problema di cristologia: possiamo credere in Cristo Messia Salvatore, anche se la semina qualche volta riesce e qualche volta no? Questa era la domanda che stava alla base della parabola nella redazione originale. Qui, invece, si sposta il discorso alla qualità dei terreni: come deve essere il terreno perché il seme possa fruttificare? E quali sono i terreni che impediscono al seme di fruttificare? Allora non è più una questione di cristologia ma di etica cristiana, di morale cristiana.
Il seminatore semina la Parola, fa la sua parte ma la semina è a rischio, il risultato non è automatico. Occorre la corrispondenza di chi ascolta, occorre che il terreno sia adatto.
E i terreni sono tre non adatti, e uno solo, invece, adatto. Quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene seminata la Parola ma, quando l'ascoltano, subito viene Satana e la porta via. La strada è terreno duro, impenetrabile, e il seme cade sopra, non attecchisce, non riesce a penetrare, non mette radici. L'avversario lo porta via. Chi può simboleggiare questo tipo di terreno in cui la Parola è respinta? I duri di cuore, gli orgogliosi, coloro che vivono la vita come se fossero autosufficienti, che vivono nel soggettivismo morale, nel relativismo morale, ecco potremmo vederci questo atteggiamento, oggi purtroppo molto diffuso.
Similmente, quelli che ricevono il seme sulla pietra sono coloro che quando ascoltano la parola, subito la ascoltano con gioia, ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti, quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della Parola, subito si abbattono. Questo è dunque il terreno poco profondo; c'è solo una spolverata di terra sopra le pietre, un terreno molto superficiale. Chi sono allora quelli rappresentati da questo terreno? Sono appunto le persone superficiali, emotive, sentimentali, piuttosto fragili, che non danno alla Parola la considerazione che merita. Ne vengono impressionati in qualche modo ma non ne considerano la verità, e quale verità porti con sé e quale bellezza, quale importanza, quale bene porti all'uomo. Non la considerano in tutto il peso che merita. Oggi specialmente questo atteggiamento superficiale è molto comune; un discorso lo si accetta se è gratificante, se fa un'impressione favorevole. Non è che ci si interroga se è vero o non è vero, se è bene o male, ma se è soddisfacente o insoddisfacente. E' quindi anche molto diffusa una religiosità vaga, di tipo sentimentale, emotivo, estetico, quasi una ricerca di benessere psichico. Una religione mi va più o meno bene non se è vera o non vera, ma se mi ci trovo bene, se mi da delle sensazioni gradevoli. Quanti vanno a cercare queste sensazioni gradevoli in forme di religiosità, di sincretismo religioso, new-age e cose di questo tipo!
Altri sono quelli che ricevono il seme tra le spine, coloro che hanno ascoltato la Parola ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo, l'inganno della ricchezza e tutte le altre bramosie, soffocano la Parola e questa rimane senza frutto. Questo è il terreno che comprendeva le erbacce, secche ma pronte a rispuntare prepotenti, a esplodere con tutta la loro forza appena viene la pioggia. Questo tipo di terreno pieno di erbacce simboleggia appunto l'eccesso di preoccupazioni, l'attivismo, la cupidigia, la bramosia delle ricchezze e qui la Parola è trascurata. Non c'è mai tempo, ci sono cose più importanti, gli affari, l'attività, la frenesia delle esperienze da fare, le tante curiosità e in genere ci si contenta di seguire l'etica comune, i valori comuni, l'onestà, quello che l'opinione pubblica ritiene onesto, la libertà, la tolleranza, l'uguaglianza, un certo senso di giustizia, di solidarietà. Ci si ferma così a questi valori generici che sono, in sé, qualcosa di positivo, ma sono appena qualcosa di iniziale. Non si cerca davvero Dio, il regno di Dio, che Dio diventi la vita della nostra vita: questo non lo si cerca.
Quelli poi che ricevono il seme sul terreno buono sono coloro che ascoltano la Parola, l'accolgono e portano frutto nella misura chi del trenta, chi del sessanta e chi del cento per uno. Quindi quelli che portano frutto sono quelli che ascoltano, quelli che accolgono ("beati quelli che ascoltano la parola di Dio e la osservano" aveva detto alla donna che aveva lodato sua madre). Chi sono costoro? Tutti coloro che arrivano a una fede vera, sincera, consapevole, che cercano seriamente, e, quando incontrano il Signore, sono pronti ad aderire a Lui seriamente, con convinzione, con impegno, con gioia, con entusiasmo.
Dicevano alcuni antichi Padri della Chiesa che quelli che danno il cento per uno sono i martiri, quelli che hanno il coraggio di sacrificare la vita per Cristo; poi, quelli che danno il sessanta per uno sono i consacrati, come voi che siete qui, voi sareste il sessanta per uno, speriamo che viviate bene la vostra vocazione! Gli sposati, invece, sono quelli che danno il trenta per uno.
Si tratta, ovviamente, di modelli culturali che non rispondono alla realtà. Noi sappiamo oggi che ci possono essere grandi Santi anche tra gli sposati, in qualunque forma di vita, in qualunque professione, e la Chiesa, recentemente, ha proclamato delle grandi figure di Santi in ogni genere di cristiani.
Quello che conta è che dobbiamo metterci seriamente in ascolto della Parola del Signore: è il Signore che ci parla anche attraverso testi scritti tanto tempo fa, come la Sacra Scrittura; è Cristo che ci rivolge adesso la sua parola, che è una parola viva, se noi la ascoltiamo nella Chiesa, la proclamiamo nella Chiesa, in sintonia con la Chiesa, Cristo stesso ci rivolge la sua parola viva, piena di Spirito Santo, e vuole cambiare la nostra vita, vuole che questa Parola si incarni nella nostra vita, vuole che noi stessi diventiamo Parola viva. Vuole che la Parola passi da scritta a Parola incarnata, vissuta.
Allora dobbiamo metterci in questo atteggiamento di ascolto, seriamente: "Ascoltate", diceva il Signore; non solo fate attenzione, ma cercate di capire e di aderire con passione. Domandatevi: mi trovo davanti al Signore che vuole parlarmi. Che cosa mi dice? Cosa significa per la mia vita? Come posso vivere questo? Come posso ricordarmelo durante la giornata? Come posso anche, eventualmente, condividerlo con gli altri? Così la Parola del Signore, da scritta, diventa Parola viva, viva perché rivolta da Lui a noi e perché si incarna nella nostra vita.

Finiamo con una preghiera di Paolo VI, una preghiera molto bella, in cui, appunto, si chiede al Signore che incarni la sua Parola in noi:

Tu, Signore, ci dai e ci lasci la tua Parola.
Questa tua Parola è un modo della tua presenza fra noi,
essa dura, permane
e, mentre la tua presenza fisica svanisce
ed è soggetta alle vicende del tempo,
la Parola rimane:
"La mia Parola resterà in eterno".
Attraverso la comunicazione della Parola
passa il pensiero divino,
passi tu, o Verbo, figlio di Dio fatto uomo.
Tu, Signore, ti incarni dentro di noi,
quando noi accettiamo che la tua Parola
venga a circolare nella nostra mente, nel nostro spirito,
venga ad animare il nostro pensiero,
a vivere dentro di noi.
Chi ti accoglie dice:
sì, io aderisco, obbedisco alla tua Parola, o Dio,
e ad essa mi abbandono
".

SUA Ecc. MONS. ENNIO ANTONELLI
Arcivescovo di Firenze

Tratto da : Prendi il largo,2 Le parabole di Gesù, a cura delle Fraternità Monastiche di Gerusalemme, Badia fiorentina, Firenze 2003.