(Povertà castità e obbedienza Prendi, Signore, tutta la mia libertà: memoria, ragione, volontà, tutto quel che possiedo; tu me lo hai dato, a te lo restituisco; dammi soltanto il tuo amore e la tua grazia, questo mi basta. Ignazio di Loyola )

1. Ampliamento dell'orizzonte
Sono state tentate tutte le vie possibili e impossibili per dimostrare che i «tre consigli evangelici» della povertà, della castità e dell'obbedienza, formulati in modo chiaro e definito a partire dal quarto secolo, non sono riscontrabili con certezza nel Vangelo, oppure che vi compaiono solo come esortazioni fra diverse altre. Certamente Gesù non ha sistematizzato i «tre consigli», ma quando egli spiega in tutta chiarezza che chi lo segue deve aver «lasciato tutto» (Mt 19, 27 e diversi altri passi), non c'è bisogno di tante riflessioni per comprendere che questi non può «lasciare» che, per prima cosa, i suoi beni: «... vendi quello che possiedi, dallo ai poveri...» (Mt 19, 21); poi la sua forza sessuale corporale: «...vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca» (Mt 19, 12); e infine la libertà di disporre di se stesso: «...chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà» (Mt 10, 39).
Il primo è quello relativamente più facile, e tale appare anche ai giovani d'oggi: la povertà.
Il secondo è già decisamente più gravoso; d'altra parte Gesù e allo stesso modo Paolo hanno sottolineato che solo una minoranza è chiamata in causa, perché la maggioranza «non lo può capire», ed entrambi hanno messo in risalto, ciascuno a modo suo, che la sessualità umana, se vissuta nel matrimonio al cospetto di Dio, è una cosa buona e santa.
Il terzo infine è sicuramente quello che esige di più da una persona e del quale oggi con più difficoltà se ne capisce il senso nella realizzazione. Potremo vederlo nel modo giusto solo avvicinandoci al modello da seguire, Cristo, e lasciando che due suoi detti agiscano in noi: «... sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato...» (Gv 6, 38) e
«Chi ascolta voi, ascolta me». «Tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo» (Le 10, 16 e Mt 18, 18).
Se il Verbo di Dio si fa uomo apposta per indicare a noi uomini la via da seguire, allora non ci chiederà nulla di inumano o di sovrumano, bensì qualcosa che può certamente essere più difficile, ma proprio per questo è «meglio» (1 Cor 7,40). E’ importante per noi riconoscere che i consigli di Cristo hanno un fondamento del tutto umano, anche se poi fa parte dell'essenza del cristianesimo porre l'uomo che segue Cristo sulla stessa via, la via che attraverso la croce redentrice porta alla risurrezione.
Questo lato umano dei «consigli» ci dice anche che in un certo modo essi riguardano tutti i cristiani credenti: tutti infatti devono essere poveri nella disposizione del loro cuore e non essere attaccati ai beni terreni, tutti, anche quelli che sono sposati, devono essere casti e dare decisamente il maggior peso all'amore disinteressato anziché all'egoistico istinto sessuale, e tutti senza eccezione devono essere pronti a pronunciare la supplica del «Padre Nostro»: «Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra», prestando così obbedienza a Dio in tutte le situazioni della vita, magari anche attraverso una dura rinuncia alla propria volontà. Paolo parla esplicitamente di questa validità generale dei consigli: «Quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero... quelli che comprano, come se non possedessero» (1 Cor 7, 29 ss.).
Ma oltre a questa validità generale concernente l'atteggiamento spirituale vi è nel Vangelo una richiesta (o invito) assolutamente inequivocabile, rivolta da Gesù a singole persone, a compiere letteralmente la rinuncia nelle tre sfere che abbiamo detto, proprio come la compie lui stesso.
Questa «speciale elezione» non significa che le persone da essa toccate possano considerarsi cristiani migliori degli altri; essa non accade assolutamente per amor loro in quanto singoli individui, ma ha chiaramente qualcosa a che fare con il grande compito che Gesù ha ricevuto dal Padre: riportare il mondo intero a Dio. Ed egli non vuole fare questo da solo, ma insieme a uomini che condividano il suo modo di esistere: una vita completamente privata dei legami con il mondo affinchè resti libera per l'unico volere del Padre. Evidentemente un tal modo di vivere non è possibile per tutti gli uomini, la cui esistenza resta normalmente legata da vincoli quali il matrimonio, la professione con le sue scelte, il mantenimento di se stessi e della propria famiglia; così per prima cosa occorre dire una parola sul modo in cui questi detti di Gesù riguardano tutti gli uomini credenti.

2. Il fondamento umano

In tutte le religioni, persino nelle più primitive, cerca d'esprimersi un sentimento fondamentale dell'uomo, e cioè che egli debba rinunciare, per amore di valori superiori, a degli immediati godimenti o vantaggi terreni. Questi valori superiori possono apparirci relativamente egoistici:
Epicuro per esempio esortava a rinunciare a tutte le gioie che disturbano l'armonica quiete intcriore del saggio.
Gli stoici fecero un notevole passo avanti rifiutando come una catena ogni legame dello spirito con gli effimeri beni terreni: gioia, dolore, avidità, paura vanno assolutamente superati, solo colui che è completamente al di sopra delle «passioni» raggiunge la dignità umana.
Altri, come i cinici, predicavano la completa mancanza di bisogni.
La castità viene vista come un valore umano per i più diversi motivi. Quando un uomo si dedica interamente a un compito (magari molto importante per la società) nel quale il matrimonio e la famiglia pregiudicherebbero il suo lavoro, nessuna persona ragionevole biasimerà la sua rinuncia.
Nelle più diverse religioni il matrimonio fu visto, e in parte è visto ancor oggi, come un ostacolo al totale dono di se stessi all'Assoluto divino: così lo vedevano gli Esseni ebrei (un convento dei quali era il famoso Qumran presso il Mar Morto), così lo vedono i monaci buddisti.
Che nessuna vita sociale sia possibile senza l’obbedienza alle leggi e ai loro tutori riconosciuti lo sanno tutti, e tutti sanno quanto quest'obbedienza si concretizzi in ogni professione, in ogni organizzazione statale e commerciale.
Moltissime persone seguono oggi un incitamento interiore a un dono di se stessi che richiede loro i più grandi sacrifici, come la rinuncia alle comodità, alla libertà di disporre di sé e magari anche al matrimonio, per offrire ad esempio la loro opera per lo sviluppo del Terzo Mondo; e questo non soltanto per motivi cristiani o religiosi ma anche per motivi puramente umanitari, cioè umani. Qui diviene immediatamente tangibile il fondamento umano della chiamata di Gesù: e non resta quindi che farsi una chiara idea di quali possano essere i motivi di questa sua pretesa nei confronti degli uomini.

3. Quali motivazioni fornisce Gesù per la sua pretesa?

1. Per la sua sequela Gesù stesso ha bisogno di uomini completamente dediti, completamente assimilati a lui affinchè partecipino al compito affidategli da Dio Padre di liberare il mondo, attraverso una totale offerta di sé fino alla croce, dalla sua peccaminosa chiusura in se stesso e di rendergli accessibile la riconciliazione con Dio.
Per poter fare ciò Gesù deve essere libero sotto ogni aspetto di dedicarsi alla sua missione; e se rende partecipi gli uomini dell'attuazione del suo compito, essi devono essere altrettanto liberi e senza legami in modo da poterlo seguire. Per questo egli dice: «Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me... chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me» (Mt 10, 37 ss.). «E sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro e per il servo come il suo padrone» (Mt 10, 25). «Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: "Maestro, io ti seguirò dovunque andrai". Gli rispose Gesù: "Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo". E un altro dei discepoli gli disse: "Signore, permettimi di andar prima a seppellire mio padre". Ma Gesù gli rispose: "Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti"» (Mt 8, 19 ss.). I suoi discepoli dovranno andare incontro al mondo così indifesi come lui va incontro ai suoi nemici: «Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi» (Mt 10, 16).
Per questo dovranno attendersi lo stesso destino di chi li ha mandati: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15, 20).
Non si può parlare più francamente e più duramente di così. Perché questo radicalismo?
Diciamo dapprima quello che Gesù non vuole.
2. In primo luogo Gesù, nel chiamare alla sua sequela, non mira assolutamente all'«autorealizzazione», al «trovare se stesso» dell'uomo.
In altre religioni inventate dagli uomini la povertà, la castità e persino l'obbedienza vengono esercitate perché l'uomo si spogli delle cose, delle brame, dei desideri terreni come di bucce, per trovare il suo vero «Io» o «Sé»; e oggi vi sono molti monaci o frati che sfortunatamente credono che i consigli evangelici vadano interpretati come vie verso l'autorealizzazione «religiosa». Gesù ha respinto rigorosamente quest'interpretazione: «Chi avrà trovato la sua vita (possiamo tranquillamente tradurre: il suo Io, il suo Sé), la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà» (Mt 10, 39).
Se chi segue Gesù non deve preoccuparsi di cosa mangerà, berrà o indosserà (Mt 6, 31), allo stesso modo non deve preoccuparsi della cosmesi religiosa del suo Io. (Qui si vede anche che è cosa discutibile definire «stato di perfezione» la vita secondo i consigli di Gesù).
In secondo luogo lo scopo principale di Gesù non è che i suoi discepoli diano agli altri (cristiani o non cristiani) l'esempio di una vita altamente virtuosa.
Certamente gli altri possono trarre edificazione dalla mancanza di bisogni dei discepoli, così come la si trae dal semplice stile di vita dello stesso Gesù, ma il senso più intimo della sua rinuncia è un altro e lo si può scorgere solo nell'opera della croce, del «miracoloso scambio» (come dice la liturgia fin dal quinto secolo) che si compì su di essa: «Da ricco che era, (Gesù) si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor8, 9).
Qui si tratta di qualcosa di più che di dare semplicemente l'esempio.
E ancor di più non si tratta - in terzo luogo - del fatto che un cristiano che non è legato a una famiglia, non deve amministrare beni propri e vuol essere obbediente possa venir impiegato più facilmente dalla Chiesa, come accade evidentemente nel caso di un sacerdote secolare celibatario, di un monaco o di una monaca.
Sicuramente colui che vive secondo i consigli di Cristo è estremamente più disponibile per i compiti ecclesiastici che non chi è legato da diversi vincoli, ma questa estrema disponibilità è solo una conseguenza secondaria di una molto più profonda e più elementare disponibilità, che troviamo nello stesso Gesù Cristo, verso l'opera di Dio.
E infine rifiuteremo di accettare l'affermazione, che si ode tanto spesso, che la vita secondo i consigli di Gesù è semplicemente un segno ammonitore per il mondo, per ricordare che questo mondo passa e che ne deve venire un altro presso Dio, nel quale non ci saranno né matrimonio né possesso e amministrazione di cose terrene. La sequela di Gesù a cui sono chiamati coloro che egli sceglie non è primariamente una sequela nell'«aldilà» ma, come egli dice esplicitamente, una sequela nella croce, che è per noi una realtà molto concreta e terrena.
3. Con questo guardiamo già nella giusta direzione, nella quale le esortazioni di Gesù ci rivelano il loro senso. Gesù stesso rinuncia a far qualcosa di sé secondo propri progetti affinchè Dio possa eseguire in lui e attraverso di lui i suoi piani divini. Il diavolo nel deserto tenta di adescarlo mostrandogli quali azioni ragionevoli egli potrebbe concepire ed eseguire. Trasformare le pietre in pane per sé e per gli altri: questo sarebbe altamente profittevole dal punto di vista sociale ed economico. Operare un miracolo spettacolare (come farà l'Anticristo! [Ap 13, 13]): ciò gli procurerebbe molti seguaci. E infine, dominare tutti i regni della terra (quel che gli ebrei speravano dal Messia): sarebbe il successo assoluto, apparentemente la realizzazione del regno di Dio sulla terra, ma purtroppo al prezzo dell'adorazione del «principe di questo mondo» (Lc 4, 6).
Quando Pietro fa la sua dichiarazione: «Tu sei il Messia di Dio» ha forse davanti agli occhi aspettative non molto diverse, perché subito dopo vuol convincere Gesù a evitare il dolore e il rifiuto che lo attendono. Ma la risposta è: «Lungi da me, Satana! Tu mi sei di scandalo (come il tentatore nel deserto) perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» (Mt 16, 23). Gesù va chiaramente, «decisamente» (Le 9, 51), verso la croce: là e solo là sarà giunta l'«ora» sua, del Padre e dei peccatori; tutte le cose precedenti non erano che preparazione. E dalla croce, come Cristo risorto, egli forma la Chiesa, chiama definitivamente Pietro all'obbedienza:
«Un altro... ti porterà dove non vuoi» (Gv21, 18), chiama Paolo a una esistenza in croce: «Gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome» (At 9, 16).
Ora il cristiano può veramente vivere «dalla croce» (Rm 9, 3 s.) verso la futura risurrezione: «diventandogli (a Gesù) conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (Fil 3, 11). E appunto qui trovano ora il loro posto i consigli evangelici: vissuti nello spirito da tutti i veri credenti, seguiti alla lettera da coloro che vi sono chiamati.
L'opera di redenzione di Cristo è sufficiente e perfetta per tutti, ma per grazia egli vi lascia uno spazio di collaborazione per i suoi. «Perciò sono lieto» dice Paolo «delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne (come suo rappresentante) quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1, 24).

4. Forme della vita secondo i «consigli»

In questi due millenni le forme della vita in totale dedizione si sono trasformate in modo tale che periodicamente se ne aggiungevano delle nuove senza che quelle già esistenti apparissero superate a causa loro.
All'origine non bisogna dimenticare di citare Paolo: egli è casto e consiglia di esserlo a tutti coloro che ne sono capaci, benché consideri il matrimonio una cosa buona (1 Cor 7,1. 25-35; 1 Tm 4, 3-4).
Vive nella più rigorosa obbedienza verso il Signore che ha caricato sulle sue spalle tutto il suo apostolato (1 Cor 9, 17); vive povero e si guadagna da sé il suo pane, poiché per motivi apostolici non vuol farsi mantenere dalle comunità ricche (1 Cor 9, 4 ss.).
La castità per amore di Cristo è esistita sin dai primi tempi del cristianesimo: nel IV secolo, in un periodo di forte mondanizzazione della Chiesa, nasce con Antonio e Pacomio il monachesimo (che già con il secondo dei due è unito alla rigorosa obbedienza); con Basilio esso diventa esplicitamente il «nucleo» delle comunità cristiane, con Benedetto, la cui gigantesca famiglia ha continuato a crescere fino al giorno d'oggi, diviene un luminoso modello per tutta la vita cristiana nell'unione della lode di Dio e del lavoro manuale o intellettuale («ora et labora»). Con Francesco d'Assisi e Domenico si compie, con la nascita degli «ordini mendicanti», un'ulteriore apertura all'apostolato nelle città e nei villaggi, che giunge a compimento con l'imponente opera di Ignazio di Loyola (XVI secolo). Prima, nel Medioevo, vi erano state le due forme estreme: vivere solo per Dio nella preghiera e nella contemplazione (in chiusi monasteri o eremitaggi di contemplatori), oppure combattere per Dio nel mondo (negli ordini cavaliereschi come quelli dei templari o dei cavalieri di San Giovanni, che pur essendo guerrieri rispettavano i consigli evangelici).
Nel XIX secolo fioriscono le congregazioni, che hanno fatto cose ammirevoli nella Chiesa e nella società impegnandosi attivamente in tutti i servizi sociali (educazione dei giovani, ospedali e tutte le altre opere di assistenza), e lavorano ancor oggi.
Il nostro secolo ha raggiunto in diverse nuove forme l'unione fra l'appartenenza a Dio secondo i tre consigli e l'impegno in tutte le professioni del mondo («comunità secolari» o «istituti secolari»). È’ una forma di vita che si avvicina al Vangelo in un modo nuovo - perché in effetti il falegname Gesù e i suoi discepoli non vissero affatto in monasteri, ma in mezzo al popolo - e che nei paesi in cui la Chiesa è perseguitata rimane praticamente l'unica forma possibile di vita secondo i consigli.
Le nuove forme non aboliscono le più vecchie: il monachesimo continua a fiorire, e così pure la vita puramente contemplativa (per esempio nei conventi carmelitani) che, consacrandosi a Dio e alla sua opera nel mondo, non è meno «apostolica» di quella di chi lavora nelle parrocchie e nelle missioni (cfr. Teresa di Lisieux,
patrona delle missioni: «Noi carmelitani siamo la ruota centrale che mette in movimento tutta l'opera esterna della Chiesa»). E bene che sia così, anche secondo la dottrina della Chiesa di san Paolo: la Chiesa è un corpo formato da molte membra, che nella diversità delle loro funzioni si completano a vicenda formando un'unità.

5. Obiezioni

La vita secondo i consigli di Gesù viene molto spesso (se vista dal di fuori) misconosciuta e calunniata; le obiezioni che spesso si sollevano con violenza possono essere confutate solo attraverso uno sguardo alla vita di Gesù e a ciò che egli ci chiede (e anche alla sua Madre e ai suoi più grandi, e pure essi casti, discepoli, Giovanni e Paolo).
La povertà è quella che incontra meno resistenza, soprattutto oggi che la sazietà di beni materiali consiglia a tutte le persone assennate, soprattutto ai giovani, limitazione dei consumi e mancanza di bisogni. Coloro che vogliono vivere in povertà evangelica devono piuttosto difendersi dall'ingerenza dell'assistenza sociale, che rende loro difficile seguire il comandamento del Discorso della Montagna di non affannarsi per il domani, perché esso «avrà già le sue inquietudini» (Mt 6, 34).
Sono più forti gli attacchi contro la castità: si sostiene che essa sia disprezzo della sessualità. Ma il Nuovo Testamento onora il matrimonio, anzi, poiché lo vede come un'imitazione sacramentale dell'unione di Cristo con la sua sposa, la Chiesa, lo rispetta ancora di più di quanto si facesse nell'Antico Testamento. Se nel corso della storia della Chiesa si sono infiltrate qua e là delle opinioni, provenienti dal pensiero pagano, che degradavano la dignità della donna e del matrimonio, essa non le ha mai accettate.
II segreto centrale della castità cristiana è sicuramente nascosto più in profondità: esso sta nell'inconcepibile fertilità del corpo virginale di Cristo che nell'eucaristia, attraverso tutti i tempi e tutti i luoghi ha generato vita divina (come avrebbe potuto Gesù, se avesse già disposto della fertilità del suo corpo con un matrimonio, donare quello stesso corpo nell'eucaristia, universalmente e senza limiti?). Ma esso sta anche nel «Sì» incondizionato di Maria, la cui fede perfetta si dà interamente a Dio e riceve per la forza dello Spirito Santo la più elevata fertilità che sia mai stata concessa a una donna terrena: diventare madre del Figlio di Dio. Le persone caste che vivono con convinzione nello «stato dei consigli» e i sacerdoti celibatari ricevono una parte di questa fertilità eucaristica e mariana; in loro si riconosce che cosa sono la vera maternità e la vera paternità (cfr. 1 Cor 4, 15; Gai 4, 15; 1 Ts 2, 7. 11).
Le obiezioni contro l' obbedienza sono le più tenaci oggi che il singolo tiene così tanto a modellare da solo la propria esistenza. Come posso cedere decisioni essenziali sopra la mia vita a un altro, che magari mi conosce solo superficialmente o in modo sbagliato? In un monastero di clausura la rinuncia alla scelta del mio compito nella comunità fa parte della mia rinuncia complessiva, è per così dire solo il lato spirituale della mia povertà. Come è limitata anche nel mondo, del resto, la scelta del proprio posto di lavoro in una grande fabbrica, nella carriera diplomatica, e anche nell'esercito! Quel che nel mondo viene sopportato come qualcosa d'inevitabile è nel monastero rinuncia volontaria e cristianamente fruttuosa. Ultimo garante per questo consiglio dell'obbedienza rimane lo stesso Gesù Cristo, che attraverso la sua obbedienza fino alla morte in croce (Fil 2, 8) (e attraverso nient'altro!) ha riconciliato il mondo a Dio.
La povertà, la castità e l'obbedienza, intesi in modo puramente formale, non sono l'amore, che poi è l'unica cosa che conti davanti a Dio; vi sono purtroppo abbastanza cristiani che esteriormente vivono secondo i consigli, ma interiormente non vivono nell'amore. E tuttavia i consigli sono stati dettati da Cristo per essere vie (per così dire scorciatoie) verso il raggiungimento e la realizzazione dell'amore, e se vengono vissuti amorosamente rimarranno per tutta la vita di chi li ha scelti la più efficace espressione del suo amore.

6. Della paura e del coraggio di impegnarsi per tutta la vita

Viviamo in un tempo in cui il domani appare più incerto che mai: questo è il motivo per cui molti giovani sono così restii quando si tratta di prendere una decisione che li legherebbe per anni, o addirittura per tutta la vita. Ci si impegna volentieri per due o per tre anni in un servizio generoso e disinteressato, ma vincolarsi per la vita - e per qualcosa di così difficile come una vita secondo i consigli evangelici - appare poco saggio e presuntuoso. E tuttavia: quando Gesù presso il lago di Tiberiade chiama i suoi primi discepoli, ed essi lasciano tutto e lo seguono, ciò è inteso essenzialmente come qualcosa di definitivo e che è per tutta la vita, come gli stessi discepoli capiscono presto. La «sequela di Gesù a termine» è, perlomeno obiettivamente, una contraddizione interna, anche se la persona in causa, nella sua timorosità, pensa magari di non saper fare di più. Ma chi ha mai potuto garantire per il suo futuro, sul piano puramente umano? Quando una persona si decide per la sequela non lo fa mai perché ha la coscienza, la sicurezza interiore che riuscirà ad andare sino in fondo, ma lo fa solamente nella fiducia, o più precisamente, nella fede in Colui che lo ha chiamato. Dopo che Pietro ha seguito Gesù per un po' di tempo, e questi gli lascia la libertà di scegliere, se vuole, un'altra via, l'apostolo è così sopraffatto dall'unicità del Signore che deve rispondere: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6, 68). E molto tipica la scena in cui lo stesso Pietro desidera raggiungere il Signore camminando sulle onde e viene esortato a farlo: non appena comincia a riflettere su di sé e si chiede come può essere in grado di far questo, affonda; la mano del Signore lo aiuta a risalire: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?»; (Mt 14, 31).
Così già fin dall'inizio nessuno ha mai potuto osare la sequela contando sulle proprie capacità, ma solamente confidando nella forza di Colui che chiama e che ne garantisce anche la possibilità di riuscita. «Tutto posso in colui che mi da la forza» dice Paolo (Fil 4, 13) e così può confessare alla fine della sua vita: «rendo grazie a colui che mi ha dato la forza... perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero» (1 Tm 1, 12).
Il pensiero che dopotutto non posso sapere se ce la farò fino in fondo è sempre - secondo il «Libro dell'imitazione di Cristo» - insinuato dal diavolo; perché ovviamente nessuno può garantire per il proprio futuro eccetto che in una presunzione folle. Quello che è sempre stato vero, dunque - cioè che solo confidando nella forza di Cristo possiamo percorrere la sua via -, rimane la verità basilare anche per il giovane d'oggi persino quando egli, forse a causa di tutta la situazione mondiale, si sente più insicuro delle generazioni precedenti.
Anche se oggi il futuro è divenuto più impenetrabile di prima - benché anche questo sia vero molto relativamente: come si era insicuri nei tempi delle invasioni barbariche, com'era pericolosa l'esistenza nell'Europa delle calate degli Unni e dei Turchi, tra le continue faide tra i principi, nella guerra dei Trent'anni! -, dai fattori d'insicurezza è però esclusa proprio la verità di Cristo: essa è assicurata al di sopra del tempo proprio come lo era nei primi secoli cristiani, il che non significa che non venga continuamente - come ha predetto lo stesso Gesù - osteggiata e messa in dubbio in modi sempre nuovi. Oggi la novità consiste soprattutto in questo, che un potente ateismo diffuso in tutto il mondo schernisce la dottrina cristiana e la perseguita con ogni mezzo. Quello che esso offre non è però sostanzialmente diverso da quello che ha già offerto l'Illuminismo del Diciottesimo secolo e che mina completamente l'autentica dottrina di Cristo; perché se il Cristo non è più il vero Figlio di Dio, allora la sua croce non ha più alcun significato di redenzione mondiale, allora la teologia di Paolo è solo una costruzione fantastica, allora anche la predicazione e l'eucaristia non significano nulla. Ma è strano: i liberalismi si dissolvono sempre dopo un breve tempo, le verità centrali del Vangelo sopravvivono indenni a tutti gli attacchi. Chi ascolta seriamente e imparzialmente la parola di Dio, e ogni giovane cristiano ne è capace, farà infallibilmente la scoperta che in essa si è di fronte a un fenomeno che non ha analogie in tutta la storia mondiale e religiosa dell'umanità, e che inoltre possiede una forza interna di persuasione che erompe sempre nuova dalla parola e dall'azione di Gesù. Attraverso i millenni essa ha convinto innumerevoli persone: non c'è alcun motivo per cui la sua forza di persuasione dovrebbe diminuire. E si consideri questo: il lavoro compiuto dai teologi, dai filologi e dai filosofi della religione sulla Bibbia, su ogni suo versetto, viene portato avanti più febbrilmente che mai. La parola di Dio non lascia la sua presa sull'umanità; anche fra i laici non vi sono mai stati così tanti circoli di studi biblici. Ma i tanti fan della Bibbia trovano anche il coraggio di prendere sul serio la Parola così com' è scritta e come si rivolge a noi. Molti la seguono per un pezzo, ma perché essa deve pretendere tutta la nostra vita? Con il coraggio si va avanti ancora un po', ma poi vince di nuovo la paura. Perché quest'uomo implacabile ha bisogno del nostro «tutto»? Ma è certamente questa la domanda decisiva per l'«essere cristiano». La prima risposta è: perché lui stesso ha dato a me, a te e a tutti «tutto», completamente: corpo, anima e spirito di Cristo sono donati a ognuno senza precauzioni e senza riserve. Nel darci questo dono di suo Figlio, il Padre non ce ne ha sottratto alcuna parte:
«Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?» (Rm 8, 32).
A causa di questo «tutto» il cristianesimo può - esso solo - osare l'affermazione: «Dio è amore» (1 Gv 4, 8. 16). Se questo è vero, ne deriva la seconda risposta alla domanda: «Perché il mio "tutto"?». Perché nel «tutto» sta la risposta valida dell'uomo alla dedizione di Dio. Questi ha rischiato tutto per me, anche la croce, correndo persino il pericolo che nonostante tutto io mi rifiutassi a lui; così anch'io dovrei trovare il coraggio di rischiare tutto nella certezza che Dio non mi si rifiuterà in nessun caso.
Ma ora si pone la domanda: perché ci vengono dati proprio questi tre «consigli evangelici»? Semplicemente perché essi sono il modo in cui un uomo può dare «tutto». Se sono tre è soltanto perché toccano le tre sfere (le uniche tre) di cui l'uomo può disporre: lo spirito, il corpo e i beni esteriori. Ma il dono non è triplice, bensì unico, esso non fa che raccogliere tutto quel che l'uomo possiede per offrirlo a Dio: «Prendi, Signore, tutta la mia libertà: memoria, ragione, volontà, tutto quel che possiedo; tu me lo hai dato, a te lo restituisco; dammi soltanto il tuo amore e la tua grazia, questo mi basta» (preghiera di sant'Ignazio).
Nel «tutto» sta la fertilità, quella di Dio nel mondo e la mia in Dio e nella sua opera. «Se il chicco di grano caduto in terra... muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24). Se una persona si offre completamente, Dio può fare con lei ciò che vuole e ciò di cui ha bisogno; la miglior prova di questo è Maria, che nel suo spirito si fa serva del Signore e si offre per qualunque cosa egli voglia fare di lei, dopodiché - in modo per lei incomprensibile, giacché è sposata - viene usato anche il suo corpo, la sua intera persona. Non dimentichiamo che questa sequela letterale non è richiesta a tutti i cristiani, ma solo ai singoli di cui Gesù ha bisogno in particolar modo per la sua opera (Da ciò non sono esclusi i Terziari di qualunque ordine....[n.d.r.]) Ma è del tutto sicuro che questa particolare chiamata bussa a molti più cuori di quanti vogliano udirla e seguirla; lo si capisce forse al meglio vedendo come un esempio luminoso - un santo, un vero orante, uomo o donna, prete o laico - è capace di rendere udibile in molti cuori la chiamata di Cristo. I veri chiamati generano - come padri e madri spirituali - nuove vocazioni: è il più bel genere di fertilità di questo mondo. Tratto da:
H.U.von Balthasar, Incontrare Cristo, pagg.139-157 Ed. Piemme 1992